venerdì 3 agosto 2012

Un giorno al mare.

Un giorno al mare,
onde, vento, e tanto sole.

L'ombrellone lasciato a casa,
come se fosse sole, come se fosse proprio quel sole,
a farci respirare.

L'acqua calda, chiara,
quasi un peccato tuffarsi,
quasi un peccato non farlo.
Accarezzare milioni di gocce e levarsi di dosso, inconsciamente,
milioni di pensieri per un attimo.

Un attimo.

Che vorresti durasse un'ora, un giorno,
un'estate, magari.

E invece ti stendi per terra,
tra te e la sabbia solo un asciugamano, corto.

Un attimo.

Che vorresti durasse un secondo, un momento,
che non esistesse.

E invece ti accorgi della spiaggia su cui sei seduto,
quella in cui non andavi da anni,
pensi all'ultima volta che hai usato quell'asciugamano ormai vecchio.
I pensieri scavano, scavano, penetrano da pensiero a pensiero,
sfondano le pareti dei ricordi e fanno a pezzi quelle poche, piccole certezze,
quelle che pensavi di aver costruito, quelle su cui pensavi di poter contare.

Pensi ad una mattina d'estate, ti fermi, e ricominci,
pensi all'attesa della notte prima,
pensi ad un mattino,
pensi ad un abbraccio, ad una fermata del bus.

Il ricordo è più nitido che mai,
altro che un secondo, sembra non finire mai.

E pensi alla colazione a casa,
all'euforia, alla spiaggia.

Quella spiaggia dove ora sei sdraiato col viso coperto,
mentre a due metri il mondo continua a girare,
ma aprire gli occhi non porta indietro il tempo,
quella spiaggia è la stessa, anche l'asciugamano è lo stesso
ma è l'emozione che ti avvolge ad essere diversa,
come nemesi del ricordo che hai in testa.

L'acqua è ancora lì,
attimo scaccia attimo,
ed è in acqua che provi, ancora,
a spegnere quel maledetto cervello.

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